martedì 24 maggio 2016

Luglio senza Plastica : la sfida


La sfida
La sfida è abbastanza semplice. Tenta di rifiutare la plastica
monouso nel mese di luglio. "Monouso" comprende sacchetti di plastica della spesa, bicchieri di plastica, cannucce, imballaggi in plastica ... insomma tutto ciò che è destinato a essere utilizzato una sola volta e poi scartato. Se rifiutando tutta la plastica monouso sembra troppo scoraggiante questa volta, provare la sfida TOP 4 (sacchetti di plastica, bottiglie, tazze di caffè da asporto e cannucce).
Le regole1 - Tenta di rifiutare la plastica usa-e-getta nel mese di luglio.2 - Ricorda che non sarà facile! Si tratta di una sfida, non una competizione, perciò non preoccuparti di essere il migliore.3 - Raccoglie tutta la plastica che inevitabilmente si è costretti a compare. Conservala in un sacchetto e condividi il risultato con noi alla fine della sfida.4 - Sta a te decidere per quanto tempo fare la sfida: può essere un giorno, una settimana o tutto il mese. Tuttavia più è, meglio è!

Perché si dovrebbe partecipareOltre alla piccola quantità di plastica che è stata incenerita, OGNI pezzo di plastica che è stato realizzato ancora esiste sulla terra da qualche parte. Nei primi 10 anni di questo secolo è stata prodotta più plastica rispetto all'intero secolo scorso!
Perché usare qualcosa per pochi minuti che poi passerà centinaia di anni nell'ambiente? Abbiamo davvero bisogno di cambiare le nostre abitudini.

Inizia!
Assicurati di registrarti sul sito ufficiale mondiale: www.plasticfreejuly.org e ti saranno inviati suggerimenti, strumenti e gli eventi nella tua zona.
Seguici sula pagina Facebook italiana: https://www.facebook.com/LuglioSenzaPlastica e scopri le nostre idee, ricette e consigli per rendere il tuo Luglio senza Plastica un gioco da ragazzi.
Hai domande specifiche circa la sfida? Scrivici in pvt sulla pagina!

venerdì 5 giugno 2015

L'eterna plastica


La vedete questa? E' una tessera SIP da 10.000 lire prodotta fino al 1994 (quelle successive avevano il logo Telecom) per chiamare dalle cabine telefoniche. E' stata ritrovata su una spiaggia italiana a fine maggio di quest'anno... in altre parole è rimasta indisturbata per almeno 21 anni e come potete vedere è appena scalfita dal tempo. Anche volendo immaginare che sia stata gettata recentemente da un collezionista incivile, la cosa non cambia: essa è ancora integra.
Di che materiale è fatta? Di plastica.

La plastica è un fantastico materiale inventato nel 1862 quale alternativa a materiali più costosi e meno adatti a determinati usi. La plastica è stata dunque creata per essere ETERNA: un materiale durevole il cui utilizzo che ne facciamo oggi, ovvero l'usa-e-getta, è quanto di più stupido si possa pensare. Per caso avete mai usato una forchetta in acciaio o una bottiglia di vetro per poi gettarle nella spazzatura dopo un solo utilizzo? Non credo. Ebbene la plastica è la stessa cosa, seppur non considerata "nobile" è comunque un eccellente materiale duraturo e affidabile.
L'abuso indiscriminato che ne facciamo oggi ci è stato inculcato in anni di speculazioni volte a farci consumare plastica con la stessa frequenza dell'acqua: in ogni settore, con ogni modalità, in qualsiasi momento. Speculatori senza scrupoli per l'ambiente e per il risparmio delle materia prime, forti del basso costo di produzione, hanno lavorato su più fronti per convincerci che la plastica è qualcosa che appena utilizzato diventa sporco, inutile... da buttare.

Le belle scatole di packaging sfavillante, trasparente e futuristico che ci hanno convinto a comprare il loro contenuto, una volta aperte ci danno subito l'impressione di essere superflue e fastidiose. Si tratta di un condizionamento indotto da quel machiavellico concetto di marketing chiamato "Obsolescenza Programmata percepita" (al contrario di quella funzionale, che insieme alla prima riguarda anche scarpe, computer, cellulari, auto, mobili, ecc...).
Tale strategia vuole che un oggetto - in questo caso la plastica usa-e-getta, venga percepito obsoleto e inutile subito dopo l'utilizzo. Ma questo è un INGANNO.

La plastica, per sua stessa natura, è riutilizzabile all'infinito, è lavabile e quando si rompe può essere riciclata. Insomma dobbiamo cominciare a pensare alla plastica come a un alleato che può ridurre costi, ridurre lo spreco di risorse, ridurre persino l'inquinamento se usata con criterio. Essa fa ormai parte della nostra vita quotidiana e sarebbe impensabile eliminarla, se non in virtù di un nuovo materiale non inquinante come le plastiche vegetali... cosa che però non avverrà in toto per diversi anni a venire: non fin quando il petrolio sarà alla base del nostro concetto di ciclo produttivo.

Tornando alla foto. Il fatto che la tessera SIP sia stata trovata appena 15 giorni fa, qualsiasi sia la sua storia, una cosa è certa: le istituzioni mancano completamente di un adeguato sistema di smaltimento e di riciclo della spazzatura.
Ancora una riflessione: molto inquinamento non rimane fermo sulle spiagge, ma viene scaricato in mare. Piccole parti vengono ingerite dalla fauna marina. Quanti di voi mangiano pesce? Cosa credete che comporti l'ingestione continuativa - seppur in dosi minime - di particelle di plastica carbonizzata? Fatevi un giro con google, guardate le immagini e sono certa che o smetterete di mangiare pesce o smetterete di gettare la plastica.

Concludo questa lunga riflessione dicendo che dal 1° luglio riparte anche quest'anno l'iniziativa Luglio Senza Plastica​ e voglio sperare in una partecipazione più consciente e presente da parte di tutti.

martedì 11 novembre 2014

L'importanza di chiamarsi Onesto.

Ci sono nomi che per motivi legati al pregiudizio, alle convinzioni sociali o alla superstizione sembrano pericolosi quando utilizzati in contesti pubblici. Tutti voi conoscete di sicuro persone, aziende o politici con nomi decisamente poco raccomandabili, quando non ridicoli, il che ovviamente li penalizza anche se magari sono persone magnifiche, aziende etiche, ecc... Basti guardare la foto qui accanto, scattata a Singapore, dove il termine "Satana" non è in alcun modo legato al termine biblico occidentale e nessuno ci fa caso. Occidentali a parte.
E anche se sappiamo che il pregiudizio è sempre sbagliato, il più delle volte non siamo capaci di manetenerci distaccati dal pensare male. Un esempio pratico: in una città qua vicino c'è la concessionaria Cazzaro.
Avete riso? avete pensato che il proprietario le spara grosse? O magari poteva mettere un nome diverso alla sua attività...
Tranquilli è tutto nella norma: voi non siete cattivi e lui non è furbo. Ci sta.

Adesso però voglio farvi riflettere sull'altro aspetto del pregiudizio, ovvero quello positivo o indifferente che si attiva difronte a nomi socialmente considerati "buoni" o comunque innocui.
Probabilmente se vi dico "WHO" voi pensate al gruppo rock, oppure alla parola italiana "chi", insomma tutte cose normali... non pensereste mai male di questo nome perché non evoca idee legate al male.


Ebbene la WHO (World Health Organizazion) è un'azienda supportata dall'UNICEF (avete notato? tutte parole molto belle, legate a idee di benessere) che nel 1993 in Messico, nel 1994 in Nicaragua e Filippine e a marzo di quest'anno in Kenya ha condotto una massiccia campagna di vaccinazioni sulla popolazione infantile femminile per proteggerle da tetano. Il tetano non è una malattia come la polio o l'ebola, bensì una tossina perciò non esiste alcun vero vaccino: tu che leggi e da piccolo sei stato vaccinato per il tetano sappi che se sono passati più di 10 anni sei a rischio come ogni altro non vaccinato. 

Il punto però è un altro. La campagna di vaccinazioni è stata operata eseguendo la bellezza di cinque vaccini a distanza di 6 mesi l'uno dall'altro e questa sovraesposizione rende sterili le bambine. I motivi medici e la denuncia formale potete leggerli sul sito della Matercare International.
Ora, vi va di domandarvi perché queste vaccinazioni di indubbia natura di controllo delle nascite siano state eseguite in paesi sottosviluppati?

Cosa significa davvero WHO? Cos'è che vi chiedete quando non sapete chi è stato a commettere un gravissimo atto di violenza? CHI è stato?

sabato 5 luglio 2014

Luglio Senza Plastica

Dal primo luglio è partita anche in Italia un'iniziativa destinata a fare parlare di sé. Nata in Australia con il nome di Plastic-free July e approdata ormai in tutto il mondo, è una sfida all'ultimo sangue contro la plastica e si chiama appunto "Luglio Senza Plastica". In sostanza si invita tutti a non comprare oggetti contenenti o imballati con la plastica... cosa non facile perché al giorno d'oggi è praticamente tutto imballato/inscatolato/impacchetato/inondato di plastica.
E qui sta il bello! La sfida - perché di sfida di tratta - è quella di riuscire a stare un mese intero, cioè luglio, senza acquistarla.
L'evento su fb, in cui si spiegano i dettagli è qui: https://www.facebook.com/events/843717785655664/

Molti hanno già iniziato a dire che è impossibile e che si tratta di demagogia. Balle, ragazzi miei. Tutte scuse per non toccare la coscienza nella quotidiana illusione che tutto vada bene così com'è. Ma sapete benissimo che non è la realtà.

Purtroppo il riciclo della plastica è ancora a livelli bassissimi; lo smaltimento è tossico e dannoso... e comunque moltissima plastica non viene smaltita e finisce tragicamente in mare, nell'ambiente e soprattutto nello stomaco di uccelli e pesci, che muoiono soffocati o con atroci dolori.

E' vero che un mese soltanto non guarirà tutti i mali del mondo, ma sicuramente darà una mano! E poi è un solo mese, appunto... per così poco tempo si può fare a meno di tantissime cose senza nemmeno accorgersene più di tanto.

Quindi una mano sul cuore e una in pasta! Eh sì! il bello è che dovendo fare a meno di alcuni prodotti, possiamo farceli in casa! Internet in questo è fantasticamente pieno di idee facili da realizzare, ma ovviamente io vi indirizzo qui: Herberia del Corso che in questo mese ci delizierà di tantissime idee per fare in casa shampoo, detergenti, cosmetici e molto altro!

Per i lavori di riciclo creativo invece vi segnalo la pagina ufficiale del progetto che ogni giorno posta tantissime idee per riciclare in maniera produttiva e divertente tutto ciò che riguarda bottiglie di plastica, flaconi, cannucce e tutto il resto:

Ovviamente potete iniziare questo #lugliosenzaplastcia in qualsiasi momento e dare libero sfogo alle vostre creazioni mandando le foto alla pagina FB che le pubblicherà per tutto il mese.

Buon Luglio!

sabato 1 dicembre 2012

Ecco perché gli italiani chiudono e i cinesi aprono

Premessa
Quanto scritto in questo articolo non vuole in alcun modo fare di tutta l'erba un fascio. Ci sono le devute eccezioni, così come le pessime conferme. Il marcio sta ovunque, perciò un colpo al cerchio e uno alla botte...


Da ormai qualche anno abbiamo tutti tristemente notato che sempre di più le vetrine dei negozi italiani chiudono inesorabilmente i battenti sotto la stretta morsa della crisi, dei debiti, della banche magna-imprenditori e di tutto quello che sappiamo ormai fin troppo bene. Mentre i negozi e i locali gestiti dai cinesi sembrano fiorire in una primavera di prosperità.

Il "made in italy" è diventato una specie di status symbol sfigato e costoso, ma costoso nel senso sbagliato del termine. Oggi non indica più grandi qualità come l'eccellenza e la genuinità del prodotto (perché diciamocelo, sono andate da tempo a farsi benedire), bensì il peso economico in un mercato che ormai non può più permettersi di pagare maestranze italiane a caro prezzo.
Per questo abbiamo la delocalizzazione che, in barba al rispetto del lavoratore italiano e dell'amor proprio aziendale, favorisce lo sfruttamento di lavoratori esteri. Omsa in primis ne è il tristissimo esempio. Lavoratrici serbe pagate la metà della metà di quelle italiane, con zero garanzie contrattuali e zero di tutto il resto. Mentre le lavoratrici italiane, quelle che per 30 anni si sono fatte il mazzo, adesso sono disoccupate e senza alcuna prospettiva per il futuro.

E così, arriva pure il prodotto cinese... Ah no! Quello c'era già da tipo 50 anni. Arriva proprio IL cinese, l'imprenditore orientale. Bada bene: non più il vendi-spaghetti-di-liso e pollo flitto. Nonò.
Ad agosto mi è capitato di andare in uno di quei mercatini rionali settimanali e quello che ho sentito è a dir poco agghiacciante:

Venditore: ...signora mia siamo in crisi davvero.
Signora: eh già, non me ne parli...
Venditore: e poi tutti 'sti cinesi... ci rubano il lavoro!
Signora: ah! io dai cinesi non ci vado mai, i miei soldi non glieli do!

E via degenerando. Peccato che il suddetto venditore aveva una bancarella di oggettini per la casa, minuteria, giocattoli di infima qualità e cianfrusaglie varie, indovinate un po'? Made in China. E non si vergognava nemmeno un pochino nella sua tronfiataggine mentre sproloquiava sui quei brutti musi gialli... eh già. Finché la porcheria cinese da 4 soldi la vende lui a prezzi esagerati va bene; ma se lo fa il cinese a prezzi contenuti, no! quello è uno schifo. Quello, signori miei, è rubare il lavoro degli onesti italiani.

Ma torniamo all'imprenditore cinese, quello "vero" (perché ce ne sono due tipi che poi vedremo).
Ora vi spiego come mai i cinesi aprono negozi in Italia al posto degli italiani.

Il cinese sveglio, quello che scappa da un paese capital-comunista che nel 2012 ancora butta in strada le neonate femmina, ha capito che stare in un posto col freno a mano non è vantaggioso. Ha capito che vivere in città che da lontano sfavillano e che da vicino sono luride e malsane, non fa per lui. Ha capito che ci sono paesi in cui le leggi fatte tanto per fare sono come l'America, ma meglio! perché non deve andare a sgobbare in fabbrica come i suoi predecessori (anche se ignora che ci sono prezzi molto più alti da pagare).
Quando arriva nel Belpaese viene accolto e aiutato da altri cinesi che lo ospitano, gli trovano alloggi e gli danno persino i soldi per iniziare la loro attività. Una vera pacchia! Bè... ovviamente tutto ha un prezzo. E' un po' come il contratto della Sirenetta con la Strega del Mare.

Come funziona?
La cosa è un po' più complessa di come ve la spiegherò, ma credetemi sulla parola che alla fine i passi salienti sono solo tre. Chiameremo cinese1 quello che da i soldi (l'imprenditore "vero") e cinese2 quello che vuole aprire l'attività (l'imprenditore da spremere). Bene. Poniamo il caso che il cinese2 abbia bisogno di 100.000 euro per iniziare l'attività (comprare il capannone o il negozio, fare tutta la costosa trafila delle scartoffie all'italiana, comprare la merce, oliare qua e là, ecc...). Il cinese1 gli da i 100.000 euro sull'unghia con un contratto che funziona così:
- il cinese2 dovrà restituire l'intera somma tutta insieme;
- nel frattempo dovrà pagare un fisso mensile al cinese1 finché l'intera somma non sarà disponibile;
- i soldi mesili NON verranno scalati dalla somma da restituire.

Punto. Non c'è altro da aggiungere, se non "questo è peggio dello strozzinaggio". In altre parole il cinese2 deve lavorare per ripagare il debito e mentre mette via i soldi nel gruzzolo finale, deve anche guadagnare abbastanza per pagare il fisso mensile, pagare il posto dove vive con relative bollette, stipendiare chi lavora (generalmente la famiglia) e mangiare. A conti fatti deve guadagnare proprio bene... e il fatto sconcertante è che funziona. Ci sono valanghe di esempi viventi di negozi che vanno alla grande da anni. E vanno bene perché alla fine molti italiani comprano lì. Anche perché, a proposito di qualità del prodotto, se vogliamo dirla tutta non c'è poi tutta questa gran differenza tra il prodotto cinese e quello italiano, visto che molti marchi italiani già da anni hanno spostato la propria produzione in stati più economici. Non posso fare nomi, ma la maglia di un certo stilista italiano che al pubblico costa ben 250 euro (e parliamo di una semplice t-shirt nera con sopra una piccola stampa) viene prodotta in Cina - o in Indonesia non ricordo - e dopo un paio di lavaggi potete anche buttarla fra gli stracci tanto si logora e perde le cuciture.

Però che schifo! Maledetti cinesi! Sfruttano i propri connazionali! Vergogna.
Eh già. Ma intanto loro si immettono nel commercio mentre noi ne usciamo a mani vuote. Loro acquistano i locali commerciali che gli italiani non riescono più a gestire. Certo... non ci sono acquirenti italiani perché i prezzi sono alti e noi non abbiamo nessuno che ci presta i soldi, non legamente almeno. L'italiano medio non vuole problemi e cerca sempre la via più legale possibile (checché se ne dica). Ed è proprio per questo che perisce. Avete mai provato a chiedere soldi alle banche? O ai fondi europei? Buona fortuna gente! (Poi, per carità gli italiani furbi e disonesti ci sono e come! ma o io vivo nel Paese delle Meraviglie ed ho solo amici e parenti che si fanno il mazzo in maniera onestissima e al massimo sono costretti a trasferirsi all'estero, oppure la realtà è un po' diversa da quella che i media tendono a spacciarci in casa nostra).
Con questo NON sto dicendo che quel sistema è valido o che andrebbe attuato anche qui... ci mancherebbe altro. Sto semplicemente dicendo che il tipico permissivismo italiano fa sì che queste cose avvengano sotto il nostro naso; e mentre noi vendiamo locali e capannoni perché non arriviamo a fine mese, loro hanno i soldi per comprarseli. E quei pochi italiani che invece si impuntano e vogliono farcela vengono acquisiti in blocco dalla Svizzera (per chi non lo sapesse in Svizzera c'è un organo apposito per favorire l'ingresso degli imprenditori italiani che hanno buone idee, prodotti vincenti e così via).

Perciò ok, è vero, i cinesi sfruttano i propri connaz...
Un momento. Ma noi non sfruttiamo i nostri connazionali quando cerchiamo di assumerli con contratti di stage gratuiti per fare lavori qualificati? O con contratti co.co.pro. che si rinnovano di 6 mesi in 6 mesi fino-a-8-anni-e-poi-tanti-saluti per fare lavori che non sono affatto progetti e che necessitano la presenza fisica del collaboratore sul posto di lavoro (al contrario di quanto previsto dal vero co.co.pro.)?
E non è sfruttamento affittare un monolocale a 5 universitari diversi chiedendo ad ognuno la cifra intera, senza contratto d'affitto? O rifiutarsi di mettere un sistema di pagamento bancomat nella propria pizzeria così da non essere costretti a fare lo scontrino tutte le volte? O ancora vendere un chilo di pomodori a 12 euro (ve lo giuro) perché cresciuti in una zona superfavolosa e chissà - penso io - innaffiati con acqua santa...?
Perciò un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Siamo sempre così pronti ad accusare gli altri, ma anche in casa nostra non scherziamo mica.
Probabilmente se avessimo iter burocratici più semplici, banche davvero umane e una pressione fiscale corretta, potremmo farcela... a non chiudere. Ma il comportamento scorretto sul lavoro è abbastanza radicato nel nostro dna e quello dubito che cambierebbe.

Quando vedo manifesti e foto come queste a lato mi viene proprio da ridere. C'è un sottile razzismo di fondo in tutto questo: vogliamo bella roba ma non vogliamo pagarla troppo (senza tenere conto però che spesso i prezzi sono bassi a causa dello sfruttamento di manodopera orientale anche infantile). La vogliamo italiana ma non vogliamo sapere da dove viene realmente. Vogliamo che il quartiere di via Paolo Sarpi a Milano torni in mani italiane, ma nessuno ha pensato quando si era in tempo ad agevolare la piccola imprenditoria italiana (e se è per questo non viene fatto nemmeno adesso). Non vogliamo il made in china ma poi acquistiamo palloni da calcio e scarpe di marche note - e a che prezzi - come se venissero da Favolandia e non dalle mani dei cinesi... Facciamo terrorismo sugli sciagurati prodotti cinesi che minano la nostra salute (per poi puntualmente scoprire essere bufale) ma non smettiamo di acquistare la vera bufala e cioè quella campana prodotta accanto ai termovalorizzatori o la frutta cresciuta a 300 mt dall'Ilva, o ancora il noto vino in brick le cui uve crescono ai lati della A1!
Se questo è il made in Italy, ne faccio volentieri a meno.

Forse non sappiamo quello che vogliamo. Ed è per questo che falliamo miseramente e lasciamo che nel nostro paese avvengano questi scambi invisibili ma concretissimi che piano piano cambiano il profilo della "nostra" Italia. In mezza Europa la gente scende in piazza per smuovere il sistema e riprendersi una vita più dignitosa, in Italia scendiamo in piazza per il flash mob del Gum Gum Style. Invece di puntare il dito contro i cinesi, impariamo a dire "mea culpa", battiamoci forte sul petto e giù le ginocchia sui ceci (raccolti da chi...?).


P.s.: Sia ben chiaro. A me non interessa affatto se chi sta dietro al bancone è italiano, cinese o marziano. In un vero mercato libero mi sta benissimo tutto (a patto che si giochi legamente però). Con questo post punto il dito contro gli italiani che si lamentano per i motivi sbagliati e che comunque non fanno niente di concreto e di costruttivo per cambiare le cose.

lunedì 8 ottobre 2012

Miele alterato a causa delle M&M's

Spesso sento dire dalla gente che "si aspetta il peggio" perché tutto sembra andare storto. Io, invece, dopo aver saputo di questa notizia, dico che il peggio è già arrivato.

E' della settimana scorsa la notizia che in Francia alcune api della regione di Ribeauvillé producono miele blu. Ma anche verde e marrone.



In un primo momento le ricerche si sono focalizzate sull'uso di possibili pesticidi nei campi dove le api vanno a succhiare il nettare. Ma è bastato qualche altro giorno di ricerche per scoprire l'ennesima nefandezza. Poco distante dalla residenza degli apicoltori c'è un deposito di scarti di lavorazione delle famose lenti al cioccolato M&M's. La fabbrica in questione ha ben pensato di lasciare all'aria aperta quintali di materiale zuccherino colorato (chimicamente), anziché smaltirlo celermente - come il buon senso suggerirebbe. Così le api - confuse - non si sono rifornite dai fiori, bensì dall'accumulo di immondizia.

Questo, come potrete ben immaginare, è un fatto gravissimo e non tanto perché l'intera produzione del miele è andata a farsi benedire, ma perché è arrivata la prova tangibile che il nostro comportamento antiecologico penetra profondamente nei delicati equilibri della Natura, intaccando i comportamenti incondizionati degli animali.

Le api sono da sempre il nostro indice di vivibilità sulla Terra: sappiamo che se sparissero loro, spariremmo anche noi nel giro di pochissimi anni. Ok, le api non sono sparite, ma la loro naturale capacità di scindere ciò che è bio da ciò che non lo è, è stata ufficialmente intaccata. Perciò abbiamo poco da stare allegri.


giovedì 6 ottobre 2011

Finalmente buone notizie.

Ricevo e giro con piacere la lettera arrivatami stamattina dallo staff di GreenPeace in cui si annuncia che la Mattel ha finalmente rinunciato a disboscare le foreste indinesiane per il packaging di Barbie &Co.

Dopo una lunga estate calda, rieccomi a parlarvi del mondo. E delle sue tante verità.


Ciao Monica,
Grazie anche a te, Barbie ha detto basta alla distruzione delle foreste. Quando 300.000 persone agiscono insieme per raggiungere un obiettivo, la vittoria prima o poi arriva. Con Barbie è appena arrivata: oggi Mattel ha annunciato che interromperà i suoi rapporti commerciali con le aziende che distruggono la foresta indonesiana, come APP.
La campagna "Barbie, ti mollo" ha funzionato: dopo che Ken ha mollato Barbie, Mattel ha mollato APP e si è convinto a produrre un packaging sostenibile per i suoi prodotti.
È una buona notizia per tigri, oranghi ed elefanti dell'Indonesia che rischiano l'estinzione. Ma è solo l'inizio. Abbiamo ancora bisogno del tuo aiuto per spingere le altre aziende del settore dei giocattoli, tra cui Disney e Hasbro, a passare dalla parte delle foreste.
La strada è lunga ma insieme possiamo continuare a vincere. Se fai una donazione ora, ci aiuti a portare avanti la nostra campagna per indagare, monitorare e documentare i fenomeni di deforestazione. Non ci fermeremo fino a quando le aziende non avranno eliminato dalle loro filiere produttive la distruzione delle ultime foreste pluviali.
Per tutelare la nostra indipendenza, non accettiamo fondi da aziende o governi. Questo significa che possiamo contare solo sul sostegno di persone come te.
Le foreste stanno scomparendo a un ritmo allarmante. Non c'è più tempo da perdere. Dona ora.

Grazie!


 

Chiara Campione

Responsabile campagna Foreste
Greenpeace Italia



Perciò ragazzi, la lotta non è finita. Ora bisogna convincere Topolino e tutti gli altri a produrre buon packaging ecologico :)